Ecco ciò che il Quirinale pensa ma non dice sulla magistratura militante

Quello che il Quirinale pensa, ma non dice, è che dalle sue parti si condivide la stessa insofferenza per una certa magistratura chiodata che Emanuele Macaluso, vecchio amico di Giorgio Napolitano e suo portavoce ufficioso, ha manifestato ieri in un'intervista al Corriere della Sera. “E Berlusconi?”, ha chiesto Fabrizio Roncone del Corriere a un certo punto del suo colloquio con il neo direttore del Riformista. “Berlusconi? Eh… Potremmo parlarne per ore”, ha risposto Macaluso, che poi invece di rispondere alla domanda sul premier ha voluto replicare parlando di qualcosa che considera molto più scabroso.
10 AGO 20
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Quello che il Quirinale pensa, ma non dice, è che dalle sue parti si condivide la stessa insofferenza per una certa magistratura chiodata che Emanuele Macaluso, vecchio amico di Giorgio Napolitano e suo portavoce ufficioso, ha manifestato ieri in un'intervista al Corriere della Sera. “E Berlusconi?”, ha chiesto Fabrizio Roncone del Corriere a un certo punto del suo colloquio con il neo direttore del Riformista. “Berlusconi? Eh… Potremmo parlarne per ore”, ha risposto Macaluso, che poi invece di rispondere alla domanda sul premier ha voluto replicare parlando di qualcosa che considera molto più scabroso: “Voglio dirti una cosa a cui tengo: non mi piacciono i magistrati, come il procuratore aggiunto di Palermo Ingroia, che salgono sul palco insieme ai leader di partito a fare comizi sulla giustizia. I loro comizi, purtroppo, aiutano Berlusconi a sostenere che la magistratura fa politica”.
Il presidente Napolitano ha censurato con durezza i manifesti sui giudici brigatisti e ha indirettamente criticato il presidente del Consiglio che aveva definito “eversori” e “cellula rossa” i pm di Milano. Eppure, lo sa Macaluso ma lo sanno anche Rino Formica ed Eugenio Scalfari, il capo dello stato pensa molto male del protagonismo mediatico dei giudici, della loro ideologia evolutiva del diritto, e dei toni da contesa elettorale assunti da troppi magistrati in diverse occasioni nei confronti del centrodestra e del suo leader (ma non solo). In un intervento di fronte al Csm, a giugno del 2009, Napolitano quasi lo disse. Quasi. Tiepide esternazioni pubbliche che risalgono a due anni fa: “C’è preoccupazione” per la crisi di fiducia e del prestigio della magistratura, disse Napolitano. In quell’occasione il capo dello stato invitò i magistrati a “una seria, aperta e non timorosa autocritica” e a riflettere “su quanto abbiano potuto e possano nuocere alla sua credibilità tensioni ricorrenti all’interno della stessa istituzione”.
Parole inascoltate, quelle del dirigente ex comunista ed ex migliorista che visse in prima persona, non troppi anni fa e sull’onda emotiva di Tangentopoli, la cancellazione dell’immunità parlamentare prevista nell’Articolo 68 della Carta costituzionale. Fu l’intero paesaggio parlamentare a soccombere per lo sradicamento di quel virtuoso meccanismo di check and balance tra poteri dello stato che oggi anche personalità del centrosinistra come Luciano Violante riconoscono all’origine del conflitto permanente tra ordine giudiziario e potere politico. Eppure, nonostante i suoi silenzi pubblici, il presidente della Repubblica è “tradito” dai propri – interessanti – pensieri.
A Napolitano non sfuggono le responsabilità di una certa magistratura politicizzata che inclina a utilizzare la clava delle sentenze per uso squisitamente politico. Eppure non ne parla. Pur avendo in diverse occasioni – più private che pubbliche – lasciato intendere di essere favorevole alla separazione delle carriere, alla riforma della giustizia (purché condivisa), e persino, forse, anche all’inasprimento della responsabilità civile dei magistrati. Alla casta delle toghe si è rivolto, l’ultima volta, ad aprile dell’anno scorso: “La magistraura deve recuperare l’apprezzamento e il sostegno dei cittadini. Non può sottrarsi a una seria riflessione critica su se stessa, ma deve proporsi le necessarie autocorrezioni, rifuggendo da visioni autoreferenziali”. Parole da capo del Csm, ma non tutti i suoi sottoposti le hanno raccolte.